Questo
breve scritto vuole essere un invito, quasi un appello,
rivolto a parte della comunità musicale.
Un invito a riflettere sul ruolo sociale di coloro che,
come noi, in quella comunità abitano le periferie,
luoghi invisibili alla vista dei più ma carichi di
senso.
Centro e motore dell’appello é proprio la necessità
di una simile riflessione sul ruolo. Per lungo tempo abbiamo
infatti sottovalutato o forse frainteso la nostra posizione.
E quand’anche avessimo ragionato sull’utilità
sociale del nostro operato, ci si sarebbero presentate soluzioni
teoriche sufficienti, forse, a descrivere il ruolo del musicista-creatore
nel recente passato, ma certamente oggi non più valide.
Non per un ingrato rifiuto dell’eredità lasciataci
dai nostri padri, ma per la presa d’atto di un radicale
mutamento del contesto sociale.
Due erano le soluzioni indicateci da chi ci ha preceduto.
1. La via del disimpegno, dell’auto-referenzialità:
la musica giustificava il proprio essere con l’esserci,
divinizzando la Scrittura, la riflessione sul Materiale,
il Processo di sviluppo, come in una curiosa fase di paganesimo
dello spirito.
2. La via dell’impegno politico. La musica era una
fra le tante espressioni possibili di un’ideologia.
Ora la riflessione su un rinnovato impegno credo ci debba
portare a rifiutare entrambe, includendo semmai l’impegno
politico nella presa di coscienza del proprio ruolo.
Nel primo caso, infatti, si trattava di una Apologia della
materia, talvolta paradossalmente sorda alla fisicità
della materia stessa e cieca (o forse solo miope) nella
relazione con il mondo esterno.
Nel secondo, di una drammatica confusione dei ruoli, grazie
alla quale l’adesione ai principi ideologici era troppo
spesso ingiustificata garanzia di talento artistico.
C’é un elemento però che rimane comune
a quell’esperienza: lo sviluppo di una coscienza antagonista.
Essa é ora più che mai necessaria per contrastare
il processo di omologazione, di normalizzazione delle menti,
che i nostri padri hanno visto solo nascere. Ora, invece,
quel tentativo di obnubilazione delle differenze sta occupando
tutti gli spazi dello spirito, lasciandoci poco margine
d’azione.
E’ dunque proprio questo silenzioso dramma che la
nostra comunità sta vivendo che ci chiama al recupero
di un ruolo sociale antagonista, rendendo più efficaci
i metodi, più onesti gli obbiettivi.
Dobbiamo mettere mano a questioni di ragion pratica, lasciando
da parte un anti-storico snobismo dell’artista, per
far nascere alcune indicazioni utili a guidare la nostra
attitudine, a non essere agiti dalla nostra professione,
bensì ad agirla coscientemente.
Sono tre le indicazioni, alle quali mi sembra opportuno
fare appello.
1. Acquisire una maggiore consapevolezza
del ruolo.
Il mito dell’”Artista Meraviglioso Selvaggio”,
del “Creatore Ignorante e Felice” non può
ora appartenerci. Da un processo di auto-indagine l’artista
prende coscienza del rapporto con il mondo esterno e del
proprio ruolo, che scopre inevitabilmente e fisiologicamente
antagonista della Normalizzazione. La presa di coscienza
é già un primo passo importante e forse sufficiente
alla definizione e alla collocazione del sè nella
comunità.
E’ un atto esistenziale che coincide con un atto politico.
2. Libertà di scelta e coerenza.
Il linguaggio dell’artista vive al di fuori del potere
temporale, sia esso Accademico o Mercantile. L’Accademia
e il Mercato tendono ad ostracizzare chi non si omologa.
L’artista supera l’ostracismo scegliendo i codici
linguistici più utili ed efficaci per il proprio
stile, senza restrizioni; anche i codici ‘pericolosi’
che in quei due territori sono nati.
Certo, chi cede senza auto-critica al Mercato, si concede
alla Normalizzazione. Ma perde la battaglia contro di essa
anche chi fa dell’Accademia un obbiettivo, tendendo
così ad un modello inefficace ed anzi utile all’Omologazione,
perchè catalogato e reso innocuo.
L’Accademia é uno strumento, non un obbiettivo.
Essa può essere usata, non ipostatizzata.
L’Accademia si risolve in codici, in strumenti pari
ad altri, che come tali possono essere usati liberamente.
Ma il problema non sta solo nella libertà di scelta
dei codici linguistici: ad essa va affiancata una coerenza
programmatica, cioé la collocazione di quei codici
all’interno di un impianto teorico intellettualmente
onesto.
Non bisogna mistificare le proprie scelte abbinandole a
sovrastrutture teoriche dissociate dal prodotto.
Così, l’artista non può svolgere il
proprio ruolo antagonista e contemporaneamente approvare
il progetto culturale-politico-economico della Normalizzazione.
Come non può dichiararsi “Homo Politicus”
e da ciò presupporre il proprio talento.
Abbiamo talvolta assistito in questi anni ad un Teatro delle
Rivelazioni Estetiche, fatto da dichiarazioni d’intenti
paradossalmente più importanti del prodotto musicale,
in un processo di dissociazione fra la teoria e l’ascolto
che ha favorito il progetto di omologazione del gusto. Si
trattava di sovrastrutture che avrebbero voluto essere utili
alla vendita ed alla promozione del prodotto, diventando
invece ridicoli strumenti pubblicitari diretti ad un mercato
inesistente.
Dunque, facendo seguito alla presa di coscienza di un ruolo
antagonista, la libertà di scelta diventa il secondo,
importante passo per la definizione del ruolo stesso.
Ma essa non avrebbe valore alcuno se non fosse inserita
in un percorso intellettuale il più possibile privo
di dissociazioni.
3. Siglare un contratto temporaneo
fra etica ed estetica.
L’estetica non vive in subordine ad altre discipline.
Nè deriva da esse la propria ragion d’essere.
Abbiamo imparato a nostre spese l’importanza di una
creatività libera e non subordinata, quando nei decenni
trascorsi fummo costretti a credere che l’impegno
politico fosse già garanzia di una posizione estetica,
o peggio, di talento.
E’ dunque necessario lasciar l’artista libero,
invitandolo semmai a riflettere sul ruolo sociale del proprio
operato.
Questa tesi é quella che meglio individua la nostra
posizione. Perchè nelle fasi storiche d’emergenza,
le sfere dell’etica e dell’estetica vengono
temporaneamente e parzialmente a contatto. Esse siglano
un contratto a termine, destinato a concludersi con l’uscita
dall’emergenza.
Il contratto non ha clausole che trattano del talento, ne’
dei contenuti strettamente musicali: con esso si definisce
solo il ruolo dell’artista. L’etica, infatti,
agisce suggerendo condizioni apriori; in questi anni la
battaglia contro la Normalizzazione ha alcune regole che,
se rispettate, rendono la battaglia stessa più efficace:
consapevolezza del ruolo, coerenza, libertà di scelta.
Ed ha mezzi propri che l’artista può usare:
sviluppo di uno spirito critico attraverso la creazione,
educazione alla libertà e alla riflessione attraverso
l’insegnamento.
Ma é importante ribadire che nel contratto nulla
é detto sulla qualità musicale. Esso indica
un percorso antecedente e parallelo allo sviluppo del talento
e dei contenuti musicali. Si può essere compositori
consapevoli del ruolo antagonista, ma privi di qualunque
musicalità utile a tradurre la consapevolezza in
atti concreti.
Il talento, dunque, é assolutamente necessario per
onorare quelle clausole. Dichiararlo, non é superfluo.
Ma il talento senza contratto, oggi, rischia di essere normalizzato.
E’ dunque ora di siglare il contratto, adoperandoci
perchè esso possa essere stracciato in tempi brevi.
Giovanni
Verrando, © 2001