Le
ragioni dello stile
“ Per la sua origine biologica,
lo stile si situa al di fuori dell’arte, cioè
fuori dal patto che lega lo scrittore alla società.
Si può dunque immaginare che alcuni autori preferiscano
la sicurezza dell’arte alla solitudine dello stile”
[…]
“ … la poesia moderna – quella di
un Hugo, di un Rimbaud, di uno Char – è
saturata di stile e non è arte se non in rapporto
ad un’intenzione di Poesia”.
Così scriveva R. Barthes nel 1953, in ‘Le
degré zero de l’écriture’.
Queste affermazioni, di grande rilievo per la sottile
interpretazione dei dati artistici, sintetizzarono lo
stato dell’arte così come essa si era presentata
dalla prima guerra mondiale fino alla data di pubblicazione
di quel saggio.
Al tempo stesso, però, quelle tesi testimoniano
la fine di un’era interpretativa. Prendendo spunto
da esse, scopriamo che gli sviluppi storici successivi
hanno radicalmente modificato il ruolo sociale dell’artista
e del compositore contemporaneo.
Possiamo infatti dire che gran parte di quelle tesi
oggi non siano più valide. Barthes si era reso
conto già allora della crescente centralità
dello stile nell’arte moderna. Ma, per l’
insufficienza dei dati storici a sua disposizione, non
poteva ancora cogliere la profonda trasformazione che
avrebbe rivoluzionato il rapporto tra arte e stile.
Oggi, infatti, non c’è arte senza stile:
ne’ musica, ne’ poesia. E soprattutto nella
musica contemporanea, disciplina qui in questione, i
due elementi diventano parti di un’unità
indissolubile: arte = stile.
Invece, Barthes definiva lo stile nel modo seguente:
“una forma senza destinazione,
il prodotto di una spinta, non di un’ intenzione”.
[…]
“Sotto il nome di stile si forma un linguaggio
autarchico che si immerge solo nella mitologia personale
e segreta dell’autore”.
Egli certamente non sbagliava a sostenere questa tesi
nel 1953: ponendo l’accento sull’irrazionalità
quasi selvaggia del linguaggio artistico, sembrava voler
portare a compimento quell’esperienza iniziata
qualche decennio prima con l’Espressionismo. E
d’altro lato, indicando lo stile come sede della
spinta creativa originaria, Barthes apriva una strada
ai giovani artisti di allora, futuri artefici del percorso
che avrebbe portato al primato dello stile stesso sulle
altre componenti dell’opera.
Ma i quarant’anni successivi alla redazione di
quel testo sono stati lo scenario di una vera rivoluzione
teorica. Ciò che infatti ci conferma la fine
di un’era è soprattutto quella visione
dello stile senza destinazione, al di fuori del patto
sociale. Siamo infatti convinti che l’individuazione
di un tratto espressivo personale e non riproducibile,
la presa di coscienza della soggettività e della
solitudine – della quale già parlava l’autore
francese –, non sono più elementi estranei
al patto che l’autore stringe con la società,
ma diventano anzi i fondamenti del ruolo sociale dell’artista.
Il concetto di stile è dunque radicalmente mutato,
rovesciando la tesi sostenuta solo pochi anni prima
da Barthes: esso ha subito una metamorfosi, da forma
senza destinazione a manifestazione della presa di coscienza
della propria funzione sociale. Proviamo dunque a capire
in quale modo si sia compiuta questa mutazione così
radicale.
Dopo molti anni di studio, ascolto ed analisi della
musica del secondo dopoguerra, possiamo oggi dire che
gli autori dell’avanguardia condividevano innanzitutto
un medesimo slancio intenzionale. Le più diverse
tendenze sperimentali erano assimilate da una risposta
sullo scopo dell’opera d’arte, da un perché,
imperativo categorico per ogni coscienza: si dovevano
porre in discussione, con ogni gesto, con ogni segno,
le sicurezze ignave della tradizione musicale, i punti
fermi della psicologia dell’ascolto, cristallizzatisi
nei secoli.
Il singolo autore, sentendosi parzialmente rassicurato
da questo condiviso e quasi tacito fine del proprio
lavoro, poté spostare la propria attenzione dal
perché al come, dallo scopo al metodo. L’interdizione
di materiali linguistici storicizzati, garantendo alla
creazione uno scopo ed una parvenza di rigore apriori,
fece prevalere una critica del metodo a scapito dell’inchiesta
sull’intenzione. O, per meglio dire, fece coincidere
il perché con il come dell’opera. Troppo
spesso l’intenzione poetica si esauriva nella
polemica con la tradizione, traducendosi materialmente
in uno studio sul Processo di sviluppo del materiale
musicale. In una sempre crescente prossimità
dello sguardo sui dettagli dell’opera, l’autore
trovava giustificazione del proprio operato solo nell’elaborazione
compositiva: l’intenzione poetica coincideva con
l’indagine sul metodo e, viceversa, il discorso
sulla tecnica diventava il discorso sull’estetica.
In un eccesso di autoreferenzialità l’opera
d’arte trovava giustificazione nell’atto
del compiersi, di modo che, per alcuni decenni, l’autocritica
sullo scrivere sembrò sospesa a vantaggio di
una riflessione sul metodo. Un miope ripiegamento dell’arte
su sé stessa.
Il primo autore che manifestò una presa di coscienza
del problema fu P. Boulez, in “Penser la musique
aujourd’hui” del 1963. Egli, nel capitolo
“Necessità di un orientamento estetico”,
gettò nel dibattito musicale una tesi di grande
importanza storica. C’era bisogno, diceva Boulez,
di una presa di coscienza del compositore, di un atto
estetico originario in grado di fondare e giustificare
la scrittura.
A distanza di un terzo di secolo però, il suo
richiamo ad un orientamento estetico ci appare incompleto.
Quel tipo di orientamento bouleziano, infatti, fondava
sé stesso innanzitutto sull’individuazione
di una o più tecniche compositive. Si trattava
ancora una volta di uno sguardo autoriflessivo e autoreferente,
frutto del pensiero musicale allora dominante.
La questione teorica rimaneva dunque irrisolta: può
il compositore offrire una giustificazione sociale,
vale a dire non solo tecnico-musicale, della propria
attività? E di conseguenza, qual’è
il ruolo sociale del compositore?
Senza dubbio sono questioni che hanno attraversato da
sempre la musica occidentale. Ma nel secondo Novecento,
di fronte allo sviluppo della comunicazione di massa,
esse assumevano proporzioni drammatiche. Si sarebbe
trattato infatti di cercare una giustificazione valida
per l’ espressione libera del sé, o meglio,
per quell’arte che faceva dell’autoreferenzialità
e della ricerca linguistica le categorie della libertà
d’espressione. Invece, l’attenzione al Processo
di sviluppo – cioè la stessa autoreferenzialità
– sembrava mascherare una fuga dalla domanda sul
senso. I compositori delle avanguardie non si sono resi
conto, per lungo tempo, che l’interrogativo sulle
ragioni ultime della scrittura era diventato indispensabile
per la sopravvivenza della nuova musica. Essa necessitava
di nuove risposte, di nuove giustificazioni sociali.
Non bastava più il richiamo alla definizione
di una tecnica. Si è creduto di rispondere al
perché fondando la ragione dello scrivere sullo
scrivere stesso, sul metodo e sul confronto polemico
con il passato. Al contrario di epoche nelle quali il
linguaggio artistico colmava la propria idealità
e la propria ragion d’essere nella celebrazione
della divinità, ovvero la musica si vantava d’essere
espressione diretta della Volontà schopenhaueriana,
ora si fuggiva la ricerca di giustificazioni ultime
al proprio agire. La musica fondava il proprio essere
sull’esserci. E l’autore, osservandosi
all’opera, sembrava innanzitutto nascondersi a
sé stesso, temendo di vagare incessantemente
in cerca di un perché, di un atto di fede che
credeva erroneamente perduto.
Oggi invece non dobbiamo ne’ desideriamo più
fuggire, e vogliamo ridiscutere il senso ed il metodo
del nostro agire.
Negli ultimi decenni ci siamo sempre più accorti
che la polemica contro la tradizione, l’intenzione
distruttiva che la caratterizzava, non sono più
sufficienti per dare all’opera una validità
oggettuale. Questo atteggiamento ci appare ancor più
impotente di fronte al radicale mutamento dello scenario
teorico. Sono infatti cambiati gli antagonisti: non
più la Tradizione conservatrice ma la Normalizzazione
delle masse, non il Romanticismo decadente ma il Neo-Romanticismo
(o sedicente tale). Cioè, gli impedimenti all’espressione
libera del sé non si manifestano più nel
passato ma vivono nel presente.
Così, l’attualità dei contrasti
ed il ruolo sociale marginale dell’artista fanno
sorgere da più parti una prima indicazione: il
compositore, dicono musicisti e teorici, deve avere
una coscienza antagonista. Esiste cioè un potenziale
antagonismo nel lavoro dell’artista, tale da restituire
l’atto della creazione alla sfera della ‘ragion
pratica’. L’attitudine allo scontro frontale,
alla resistenza intellettuale, fu già cara ai
compositori negli anni cosiddetti della contestazione.
Ma noi vogliamo rivedere quell’impostazione teorica,
che praticava spesso un’etica subordinata alla
politica.
Quest’ultimo è un passaggio fondamentale
per una definizione dello stile oggi. La coscienza antagonista
infatti non coincide con la coscienza politica: semmai
la seconda è contenuta naturalmente nella prima
come parte di un organismo più vasto ed importante.
Per l’artista, l’antagonismo non è
rappresentato in primo luogo dalla lotta di classe o
dalla disputa per una equa distribuzione del potere.
Ciò che oggi rende morale il lavoro dell’artista
è l’impegno come dubbio, come coscienza
critica in seno alla società. La moralità
dell’arte impone all’opera una imparzialità
funzionale: essa cioè può e deve diventare
utile allo sviluppo dello spirito critico. Ciò
dunque non ha nulla a che vedere direttamente con la
politica (o con le scienze sociali), ma piuttosto la
precede, creando un impianto teorico che prevederà
l’impegno sociale come conseguenza naturale indiretta.
Del resto, il dubbio non fa parte innanzitutto della
sfera politica quanto della sfera dell’etica,
considerando la prima fisiologicamente subordinata alla
seconda.
Dunque, antagonismo come dubbio. Il compositore, trovandosi
di fronte al processo di normalizzazione degli individui,
processo necessario al mercato produttivo e messo in
atto dalla comunicazione di massa, non può non
porsi il problema dell’eticità. Perché
se da un lato è vero che linguaggio artistico
e ragioni etiche fanno parte di sfere diverse, dobbiamo
altresì riconoscere che nella nostra epoca i
due mondi possono, anzi debbono entrare in contatto.
Posta di fronte all’acriticità dei messaggi
massificati, l’opera d’arte può infatti
stimolare lo spirito critico dei singoli. Essa diventa
antagonista se si oppone alla normalizzazione e, per
la stessa ragione, essa diventa morale. L’impegno
artistico assume la forma della disobbedienza costruttiva,
l’eccezione creativa quella del rifiuto critico.
Tutto ciò accade però solo nel caso in
cui l’opera acquisti quella forza d’impatto
sulla comunità che è oggettivamente mancata
alla musica delle avanguardie. Ci troviamo di fronte
così ad un altro grave malinteso, mai risolto
dai musicisti che videro nel proprio lavoro una necessità
parziale e politica, invece che imparziale ed etica.
Essi perseguirono un genere d’opera che scatenò
nella comunità occidentale un graduale sentimento
di ‘sospensione’, quasi di ‘disimpegno’
nei confronti dell’opera stessa. Se era loro desiderio
fare del brano musicale anche uno strumento di rottura,
uno stimolo critico per i propri contemporanei, allora
un poco amaramente constatiamo che il risultato ottenuto
fu molto distante da quello sperato.
Questa è la più grave sconfitta per quella
generazione di musicisti che ha anteposto un’ideologia
(qualunque essa fosse, sia che si trattasse di ideologia
politica o di apologia del Processo di sviluppo) alla
prassi. La questione andava risolta innanzitutto in
termini estetici: l’opera musicale non può
avere nessuna funzione sociale se non rifonda un’appropriata
natura comunicativa. In questa operazione però
non dobbiamo confondere la tecnica con il senso, ripetendo
quell’errore delle avanguardie, quel comportamento
che abbiamo definito apologetico della materia. Al contrario,
dobbiamo interrogarci sul senso della tecnica. E’
necessario cioè che l’opera offra delle
chiavi di lettura (sottovalutate dalle avanguardie)
che consentano una dialetticità intorno all’opera
stessa ed una relazione con essa. Senza queste chiavi
di lettura ogni attenzione al ruolo sociale del prodotto
artistico risulta assolutamente superflua. In altri
termini, è lodevole ma non sufficiente educare
i giovani all’ascolto della musica contemporanea
nelle scuole, o gli operai nelle fabbriche. Questo non
sarebbe che un passo successivo alla presa di coscienza
del ruolo sociale dell’autore (e quindi, come
vedremo, ad una presa di coscienza dello stile come
necessità), così come l’impegno
politico non è altro che la conseguenza dell’assunzione
di uno spirito critico.
E’ peraltro probabile che l’indirizzo politico
dettato dall’impegno come dubbio, sia il medesimo
di quello perseguito dai compositori degli anni ‘60
e ‘70, poiché il dubbio come antagonismo
non può condividere la pratica della normalizzazione.
Ma la lotta politica, per l’artista, non è
che una conseguenza priva di necessarietà: essa
prende eventualmente le mosse da un progetto artistico
tout court. Per l’atto della creazione, questi
sono fattori più importanti di qualunque battaglia
condotta per la conquista di un potere sociale reale.
Ripartiamo allora da R. Barthes, per capire come attualizzare
questo progetto. Undici anni dopo quelle dichiarazioni,
nel 1964, egli ci spiega che la lingua è
“un puro oggetto sociale, insieme
sistematico delle convenzioni necessarie alla comunicazione”.
Ci appare immediata la presenza di una forte analogia
fra il linguaggio parlato e quello musicale. Infatti,
descrivendo più avanti il sistema della lingua
parlata come un contratto collettivo – così
come già Saussure la intendeva – Barthes
sembra involontariamente riferirsi anche al linguaggio
tonale. Che cosa era infatti la tonalità se non
un contratto collettivo reiterato al quale i singoli
autori facevano riferimento, tentando con i diversi
segni, modi d’espressione, etc., di modificarne
la struttura a proprio uso e vantaggio?
Per essere più precisi, dobbiamo notare che nella
precedente domanda è sottintesa la più
importante differenza esistente tra il linguaggio artistico,
inteso come contratto collettivo, e quello comune. Barthes
e Saussure infatti affermano che l’individuo da
solo non ha gli strumenti sufficienti a modificare la
lingua parlata quotidianamente. In quanto nata da un
accordo della collettività, il singolo deve ad
essa sottomettersi, nel momento in cui voglia comunicare
con i suoi simili. La creazione artistica, invece, opera
in maniera diametralmente opposta, sfruttando proprio
quella potenzialità innata nell’autore,
che lo rende capace di indirizzare l’evoluzione
della lingua.
Ma al di là di questa evidente differenza, vi
è un dato importante comune ai due mondi: la
necessità di costituire un contratto in funzione
della comunicazione rimane invariata in entrambi i casi.
Ed è rimasta immutata in ogni epoca trascorsa.
Se con la perdita dell’universalità nel
linguaggio della musica occidentale è venuta
meno l’esigenza di condividere gli stessi mezzi,
non altrettanto possiamo infatti dire della contrattualità.
La musica del dopoguerra, non dimentica della necessità
di questo patto collettivo, proponeva un modello di
contratto autoreferente. Questo contratto però
non fu mai siglato da entrambe le parti: nel Novecento
si è vissuta una diffusa assenza di contrattualità
fra l’ autore ed i fruitori dell’opera.
Certo, l’assenza di un patto fra l’ autore
e l’uditorio sembra essere nata da un’incomprensione
epocale. Le avanguardie avrebbero voluto impostare una
rivoluzionaria forma di contrattualità: si suggeriva
al referente di non cercare durante l’ascolto
oggetti e segni nati da una convenzione, da un accordo
reciproco. Il patto avrebbe dovuto ufficializzare la
ricerca dell’autoreferenzialità per entrambe
le parti: nell’opera, sia l’autore che il
fruitore dovevano cercare sé stessi. Ad entrambi
era richiesto un atto di profonda introspezione.
Numerose sono le ragioni che resero difficile l’attuazione
di quel patto: una paura della solitudine che coglieva
il fruitore dell’opera di fronte all’abisso
della potenzialità creativa, la stessa autoreferenzialità
del linguaggio, etc. Ma ciò che più importa
e più colpisce l’attenzione di noi contemporanei
è la distanza che si venne a creare fra l’intenzione
relazionale, dichiarata dall’autore in quel tipo
contratto, e gli effetti ottenuti. Solo talvolta il
fruitore cercò sé stesso nell’ascolto
e portò a compimento quel processo di introspezione
descritto nelle clausole contrattuali. Egli, piuttosto,
sospese spesso ogni forma di giudizio sull’opera,
non accettando di siglare il patto propostogli dall’artista
e rendendo l’opera d’arte un oggetto socialmente
inutile.
Pur desiderando sottolineare la validità storica
di quel tentativo, che generò singoli risultati,
alcuni dei quali raggiunsero comunque gli obiettivi
dichiarati, dobbiamo al tempo stesso prendere atto di
una diffusa inefficacia di quel tipo di contratto. L’autoreferenzialità,
intesa come categoria estetica fondamentale e generalizzata,
come linea guida per la musica di allora, non raggiunse
i risultati previsti.
In questo processo di progressivo allontanamento dei
risultati dalla volontà dell’autore, degli
effetti dalle condizioni contrattuali, una causa si
rivelò decisiva: quell’intenzione poetica
soffrì sempre più il confronto con il
fenomeno dell’aggregazione e normalizzazione delle
menti, cresciuto in quegli anni e stimolato dalla ricerca
del profitto e dalla comunicazione di massa, fenomeno
che si è definitivamente affermato nell’ultimo
trentennio.
E’ per questa ragione che quell’aspetto
della contrattualità va ora rinnovato. Il compositore,
se vuole avere un ruolo sociale definito, deve proporre
alla società un nuovo patto. Nella musica d’oggi,
in quella musica che prevale la nozione di stile, ogni
opera rappresenta un diverso tipo di contratto che l’autore
stringe con l’uditorio, e – quel che è
più straordinario – non esistendo ne’
universali ne’ apriori linguistici specifici,
il contratto viene siglato solo al momento della presentazione
dell’opera: esso si attua con la fisicità
dell’ascolto.
A questo punto si impone però un chiarimento.
Con le argomentazioni qui esposte, noi non siamo affatto
alla ricerca di una musica che incontri un acritico
consenso di massa. Al contrario, la poetica che stiamo
delineando cerca di opporsi alla massificazione della
cultura, soprattutto quand’essa corrisponda a
quel processo di normalizzazione delle menti. Ed al
tempo stesso, vuole prendere le distanze da quell’atteggiamento
accademico ed istituzionale che ha invaso la musica
contemporanea degli ultimi decenni, censurando la libera
espressione in nome di una malintesa dignità
della scrittura.
D’altronde l’assenza di vincoli è
una necessità assoluta e non potrebbe essere
altrimenti, poiché essa è la sola condizione
possibile per la ricerca musicale contemporanea –
a qualunque genere appartenga –: la creazione
musicale fa parte di quell’esiguo gruppo di strumenti,
poveri di potere ma forti della propria consapevolezza,
utili a creare piccole lacerazioni nella rete intessuta
dalla legge della normalizzazione o dell’accademia.
Considerata l’organizzazione della società
contemporanea, l’arte può e deve far propria
la scelta dell’antagonismo.
E se la musica è libera espressione ed antagonismo
– entrambi categorie che implicano una relazionalità
–, allora il recupero di una contrattualità
è un dover-essere. Quella autoreferenza contrattuale,
tramutatasi in distanza, in sospensione, e diventata
poi attitudine accademica, ha paradossalmente fatto
il gioco del mercato produttivo più abietto,
poiché essa non è stata più in
grado di incidere sull’evoluzione dello spirito
critico epocale.
Se torniamo per un attimo alle frasi di R. Barthes,
con le quali abbiamo aperto questo capitolo, possiamo
adesso affermare che l’elaborazione di uno
o più stili, intendendo con essi anche la costruzione
degli strumenti di lettura utili a comprenderli, è
l’atto più diretto che l’artista
può compiere nei confronti della società.
Lo stile è all’origine di quel contratto
che viene siglato con l’ascolto. Lo sitle (o gli
stili) di un autore giungono a trascendere l’autoreferenzialità.
Ma la definizione dei propri idiomi stilistici non passa
solo attraverso la riappropriazione di una tecnica,
appunto. Lo stile è anche la presa di coscienza
del proprio ruolo sociale, è il primo gesto artistico
che consente la relazionalità. Con questo gesto
il compositore è inevitabilmente gettato nella
disputa teorica contro la normalizzazione: egli diventa
un naturale avversario dell’assimilazione delle
menti ad un unico modello, antagonista della comunicazione
di massa così come è oggi intesa.
Donde la necessità di una maggiore consapevolezza
dell’artista. La libertà d’azione
che viene oggi offerta ad ogni autore, implica una presa
di coscienza del proprio linguaggio, un’adesione
più rigorosa dello scrivere al sé estetico.
L’arte è adesione al sé mediata
dal contesto, senza che essa coincida con un processo
di adeguazione: semmai funge da stimolo per un consenso
critico.
Quest’ultima è però una tesi che
le nuove generazioni condividono con le avanguardie
del dopoguerra. E condiviso è anche il processo
di individuazione di uno o più stili come atto
originario dell’artista, processo nato proprio
nella prima metà del Novecento. La disputa tra
i due mondi musicali, dunque, risiede altrove: essa
riguarda il metodo per generare quell’attitudine
critica e le scelte che precedono la nascita dello stile.
E’ la disputa fra l’accademismo e la nuova
musica. E, da quella disputa, nascono due domande: come
rendere efficace il messaggio artistico-musicale?
Come renderlo socialmente utile e sufficientemente antagonista?
Prima di rispondere dobbiamo però risolvere un
ulteriore nodo problematico che dimora in quelle domande
stesse. Esse escludono manifestamente, infatti, un atteggiamento
inconscio ed ingenuo del compositore nei confronti del
contesto sociale. Questa sarebbe un’attitudine
anti-storica. Seppur riconoscendo che la domanda sul
ruolo sociale della musica colta, sull’utilità
della scrittura musicale nel mondo occidentale, non
sia in sé perennemente valida e giustificata,
vogliamo però affermare che quella domanda vede
modificata la propria importanza dal contesto storico
nel quale si colloca. Le ‘ragioni del disimpegno’
potrebbero essere valide se il contesto sociale non
obbligasse il compositore a recitare un ruolo più
che marginale, se non rendesse la sua opera inefficace
nei confronti del sistema, se quella richiesta di autoreferenzialità
non fosse passata dallo stato di ricerca d’avanguardia
a quello di sterile accademismo. Supponendo per assurdo
che il compositore fosse soggetto integrato ed integrante
il sistema di potere politico ed economico (fenomeno
per noi assurdo, ma verificatosi in altre epoche e condizioni
storiche), che il suo messaggio fosse accettato dal
sistema proprio nella sua natura di stimolo critico
interno al sistema stesso ed utile ad una sua evoluzione,
la domanda sull’impegno si rivelerebbe allora
inutile.
Questa però, ça va sans dire,
non è la nostra situazione.
Qualunque messaggio artistico, se prodotto oggi da un
soggetto il più possibile libero da vincoli,
è per sua natura antagonista sia del processo
di normalizzazione che dell’accademismo. E l’antagonismo
porta con sé (consciamente o inconsciamente nell’attitudine
dell’artista, poco importa) la necessaria questione
dell’impegno: quel messaggio cioè chiede
di diventare strumento efficace contro quelle due attitudini,
pena la sua sopravvivenza e la sopravvivenza dello spirito
critico.
Attenzione però! L’impegno non può
e non deve più passare attraverso un’ideologia
politica apriori. Esso nasce nella musica stessa, nell’ambito
della scrittura, nel vissuto dell’artista, nella
spinta biologica che lo muove, nella mediazione di quest’ultima
con il contesto, nella nascita dello stile. Solo in
seguito a tutto ciò l’impegno si rivela
come tale aprendosi all’esterno e traducendosi
in efficace e dirompente messaggio antagonista.
L’impegno nasce dall’autenticità
dello stile. Questa è dunque la risposta
alle domande che avevamo lasciato in sospeso. Lo stile
è efficace se aderisce totalmente al soggetto,
alla sua evoluzione critica e tecnica. Esso è
autentico se fonda sé stesso su di un rapporto
fisico fra il soggetto creatore e l’oggetto artistico.
Se non cede eccessivamente ne’ alla mediazione
che il contesto storico impone, ne’ ad una anacronistica
voglia di autoreferenzialità.
L’autenticità dello stile coincide con
il vissuto del soggetto. La musica d’oggi infatti
non nasce dall’universalità di un sistema
vincolante, ma, come già sappiamo, vive di norme
teoriche generali e lascia ad ogni autore la libertà
di definire le proprie norme specifiche. Essa si fonda
sull’esperienza dei singoli, sulla loro differente
ricchezza e tradizione, sulla loro apertura nei confronti
della propria e delle altre tradizioni. Ora, l’opera
è l’artista e viceversa. Essa lo rappresenta
poichè ne attualizza l’apertura verso l’esterno,
l’elaborazione personale della tradizione, la
spinta biologica. Ed il dato ultimo di questo processo
è lo stile, mediazione spontanea fra quella spinta
biologica (già individuata da Barthes) e le ragioni
del contesto storico.
Queste dunque ci appaiono le risposte più concrete
ed efficaci alle domande sul senso ed il ruolo sociale.
Così, forti di questa consapevolezza teorica,
possiamo ora affrontare un argomento altrimenti scabroso,
riguardante un’intera generazione di musicisti.
Gran parte dei compositori che, come chi scrive, ha
compiuto la propria formazione musicale nell’ultimo
ventennio, si è apparentemente trovata infatti
a dover mediare fra la volontà di una scelta
antagonista ed una spinta istintuale che attingeva anche
ad una tradizione musicale massificata. In altri termini,
molti nuovi musicisti hanno vissuto la musica sotto
diverse forme, crescendo dapprima nel mondo del jazz,
del rock o del pop, e compiendo la scelta di campo solo
in un secondo tempo.
Ad un primo sguardo la questione non appare particolarmente
problematica, non più di quanto lo sia stata
in epoche diverse dalla nostra: le contaminazioni fra
tradizioni differenti hanno pervaso ogni secolo di storia
della musica. E’ nota, ad esempio, l’influenza
del cabaret ‘artistico’ sul nascente espressionismo
schönberghiano, nella Vienna e nella Berlino d’inizio
secolo.
La soggettivizzazione del linguaggio, però, ci
obbliga a prendere in considerazione il problema in
modo più attento e sistematico. Se infatti all’epoca
dei regimi linguistici universali (tonalità in
musica, naturalismo in pittura, etc.), le regole dell’arte
colta limitavano l’azione soggettiva entro un
territorio stabilito, ora la fondazione del linguaggio
trova giustificazione innanzitutto nella naturale complessità
del singolo. L’autore è privo di vincoli,
o meglio, libero di esprimere delle norme personalizzate,
giungendo ad esse attraverso la rielaborazione del proprio
percorso formativo.
La musica contemporanea porta dunque con sé un’ulteriore
rivoluzione: qualunque vissuto dell’artista
entra di diritto e senza mediazioni esterne –
cioè senza nessuna norma universale coercitiva
– nella formazione del linguaggio, cercando solo
in seguito una sistematizzazione in funzione dello stile.
Durante questa seconda fase debbono intervenire
la volontà ed il talento, arricchendo di qualità
e sistematizzando un vissuto altrimenti a rischio di
equivalenza, poiché parte di una comunità
massificata.
Con ciò prendiamo atto di un dato che, già
da tempo, costituisce la naturalità del musicista.
Egli cresce subendo, suo malgrado, un processo di normalizzazione:
nella propria formazione musicale riunisce una tradizione
accademica ad una normalizzante. In seguito, rifiuta
(o meglio, dovrebbe rifiutare ... ) entrambe le tradizioni,
percependo però una necessità delle proprie
radici formative che lo porta a rielaborarle con uno
spontaneo atto di presunzione. Cosicché il compositore,
pur compiendo la scelta dell’antagonismo, non
desidera o non può rinnegare la propria tradizione
personale.
In questa situazione si annidano almeno due grandi rischi.
E’ senza dubbio complesso ottimizzare il rapporto
tra la scelta dell’antagonismo artistico e la
formazione musicale influenzata anche dalla massificazione.
Difficile, infatti, trovare una mediazione teorica fra
due spinte spesso opposte, e riuscire ad integrare nello
stesso linguaggio elementi diversi.
Il secondo più importante rischio è quello
dell’ipocrisia sul rapporto con il linguaggio
massificato. Non è più tempo di nascondere
la questione per timore di ricevere incomprensione dall’ambiente
musicale colto che, talvolta, sembra ancora rifiutare
apriori ciò che invece è inevitabile.
Il problema è infatti diventato esistenziale:
i compositori, per usare un termine heideggeriano, vengono
gettati loro malgrado nel processo di massificazione.
In seguito, una volta compiuta la scelta dell’antagonismo,
tendono a recuperare gli elementi ritenuti più
validi delle esperienze precedenti, quelli funzionali
all’edificazione dello stile (o degli stili).
Ma è davvero possibile convivere con la parte
‘normalizzata’ della propria formazione?
O meglio, quali elementi di essa possono essere rielaborati
in modo da non rinnegare la scelta dell’antagonismo?
Per questa via, allora, scopriamo che l’origine
biologica dello stile che abbiamo più volte citato,
attinge necessariamente all’aspetto più
partecipato della sonorità. Il concetto di partecipazione
creativa deve diventare centrale per la composizione:
ad esso possono, anzi, devono attingere sia certa musica
comunemente ‘non colta’ (o perlomeno quella
che a noi appare più interessante), sia la musica
cameristica e sinfonica contemporanea.
Con il termine partecipazione non vogliamo far riferimento
ad un generico coinvolgimento dell’uditorio nelle
passioni dell’opera. Ci appelliamo piuttosto a
quella prossimità totale dell’autore al
proprio brano, a quell’atto creativo che nasce
da un’inconscia mediazione culturale; un atto
già consapevole del territorio entro il quale
agire, conscio del ruolo sociale che reciterà
il risultato da esso prodotto, e che proprio per questo
non impone all’opera ulteriori riferimenti a sovrastrutture
teoriche. Quell’atto di mediazione e quella prossimità
che creano lo stile.
Convinti della centralità di quest’idea,
ci troviamo costretti a dichiarare il più totale
disinteresse alle pratiche ludico-tonali (hindemithiane
e non), attraverso le quali il suono perde irrimediabilmente
la propria carica partecipativa. Quest’ultima
viene accantonata in favore di un contrappunto di espedienti
formali che svuotano la presenza sonora. Troppe volte
alcuni compositori delle generazioni successive ad Hindemith
hanno fatto appello, seppur in modi diversi, a questa
supremazia del gioco formale. Essa è la naturale
progenitrice del post-modernismo, dove la fisiologica
pregnanza del suono soccombe ad un esercizio artigianale,
paradossalmente distante ed indifferente alle qualità
della materia.
L’esperienza della partecipazione, invece, è
riscontrabile anche nei generi musicali non accademici
(pop o jazz che sia), ed è probabilmente quel
fattore propositivo che riesce a passare i confini della
commercializzazione per giungere nel territorio della
libera creazione. La nostra generazione ha infatti scoperto
che un certo rock o jazz hanno mosso talvolta forze
antagoniste alla normalizzazione del gusto: non abbiamo
più paura ad affermare che anche operando in
quei territori musicali è possibile creare un
vuoto nella rete della comunicazione di massa. Oggi,
a noi musicisti cresciuti nella fine del secolo, appare
dunque possibile fare musica non necessariamente classica
e colta e muoversi in modo antagonista. Al contrario,
la riproposizione costante di certa musica classica
settecentesca e ottocentesca – ma quante sinfonie
e concerti giovanili mozartiani (K. 81? K. 112?) dovremo
ancora ascoltare? – è un’operazione
molto più normalizzante che educativa, contrariamente
a quel che molti direttori artistici vorrebbero farci
credere. La normalizzazione è sconfitta innanzitutto
dalla libera creatività, da chi, conscio del
contesto storico, esprime sé stesso senza vincoli
ne’ accademici ne’ mercantili. Ai metodi
del profitto sarebbe infatti sufficiente opporre pochi
ma importanti elementi: il rifiuto dell’universalità,
la definizione di uno o più stili, la partecipazione
e la prossimità all’opera come segnali
di una cosciente riappropriazione della funzione critica
dell’atto creativo.
Il compositore dunque, deve prendere le distanze allo
stesso tempo dall’universalità normalizzante
e dall’autoreferenzialità accademica, fino
ad oggi uniche due scelte possibili. Ad esse egli deve
contrapporre una partecipazione fisica ed una mediazione
spontanea: entrambe concorrono all’efficacia dello
stile, al recupero della sua funzione sociale.
Anche per questa ragione, non siamo dunque affatto contrari
ad una musica di genere non colto che scaturisca contemporaneamente
dalle esigenze dell’immediatezza e della ricerca.
I suoni (colti o grezzi) escono dallo stato di astrazione
ed equivalenza per recuperare una corporeità,
una funzione tangibile. In questo senso, la partecipazione
contribuisce ad arricchire d’efficacia il messaggio,
a ridurre quell’atto di sospensione del giudizio
che caratterizzava l’ascolto della musica del
dopoguerra, ed in ultima analisi, a restituire un ruolo
sociale all’attività compositiva.
La partecipazione ribadisce l’importanza dello
stile come strumento di lettura, cioè di quella
mediazione culturale spontanea che nella gerarchia degli
elementi fisiologici della creazione è seconda
solo al talento. Essa, infine, sottrae ulteriormente
l’opera d’arte al rischio della distanza
fra intenzione e risultato, al rischio dell’accademismo
sterile, ed arricchendosi del contributo critico offertole
dall’attitudine all’eccezione, rifiuta l’idea
post-moderna dell’arte come sola immagine, segnale
di una crisi profonda della pur civilissima Europa e
delle culture che ad essa si riferiscono.
Giovanni
Verrando, © 1998