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ALEX BRÜCKE LANGER
a composed portrait
per orchestra da camera e 4 cantanti/attori
(2002-03)
“Non esiste un oggetto in quanto tale, ma come l’oggetto in sè appare a noi”.
(E. Husserl)
“Alex Brücke Langer” è dedicato al pensiero di Alexander Langer, scomparso a Firenze nel 1995.
Diverse sono le motivazioni che hanno fatto
nascere e crescere “A.B.L.”: alcune politiche, altre
artistiche, altre ancora più semplicemente esistenziali.
Il pudore e l’empatia.
La vicenda di Alex Langer suscita pudore, rabbia, a volte suggerisce silenzio.
Il suo pensiero, sebbene inserito in un percorso trasparente, è ricco e complesso.
Tutto ciò che in “A.B.L.”
è recitato, suonato, gridato o sussurrato, dunque non ha affatto
la pretesa della lettura oggettiva. La lettura, o meglio,
l’interpretazione nasce semmai da un gesto spontaneo, biologico,
scaturito dall’empatia con gli scritti di Langer, con i suoi atti
pubblici, con il suo modo di sentire il mondo.
D’altronde l’esperienza
dell’empatia prevede che l’oggetto del nostro sguardo non
esista in quanto tale, ma in quanto oggetto dello sguardo stesso.
L’empatia si pone a servizio
dell’interpretazione. E comprende necessariamente il concetto di
pudore, di rispetto per l’oggetto di relazione.
Pudore e empatia sono i sentimenti che più
mi hanno accompagnato lungo tutta la fase di creazione di
“A.B.L.”, durata più di due anni.
Il messaggio politico.
“A.B.L.” è innanzitutto un
gesto politico, un po’ irriverente, che nulla ha a che vedere con
la politica così come oggi è largamente praticata.
Un gesto che seguendo quella lettura personale
del pensiero di Langer, traduce in suoni, scene e parole i sentimenti
dell’idealità, della filantropia, della fede nello spirito
critico. Che individua nell’ipocrisia, nel servilismo diffuso,
nel processo di normalizzazione delle menti, ormai non più
attuale ma già attuato, i bersagli di una nuova rivoluzione
culturale non violenta. Essa ha come obbiettivo ultimo la sconfitta
dell’omologazione, delle ingiustizie perpetrate dai
‘grandi’ sui ‘piccoli’ (così come Langer
stesso definiva coloro che non hanno voce di rappresentanza), ed
è spinta dalla profezia di un ordine delle cose diverso e
possibile.
In termini positivi, “A.B.L.”
è un invito a pensare con la propria testa. Così come, a
qualche anno di distanza, ci sembra che Alexander Langer abbia fatto,
fino in fondo.
Non un eroe massmediologico.
La figura contemporanea dell’eroe è
un falso paradigma, uno schema commerciale inventato dalla
massmediologia, utile alla normalizzazione. Lasciamo l'eroe odierno a
quei giornalisti arruolati dalla normalizzazione, che hanno appreso
come trasformare in merce qualunque battito d’ali.
Il paradigma del martire invece appare più
verosimile e tristemente attuale. Non certo un martire da beatificare
per le stigmate. Semmai più simile ad alcuni personaggi dei film
di Lars von Trier, vittime di dinamiche sociali troppo distanti dalla
loro visione del mondo.
Qui però, interpretando la vicenda di
Langer, appare un elemento più importante e assente in quei
film: un sistema di pensiero che fa da motore dell’esistenza;
esso si impegna in una battaglia che sfrutta la politica come parte di
un progetto culturale più vasto. Quella battaglia contro
l’omologazione delle menti, a favore di una generalizzata
autonomia di pensiero, obbiettivi, come detto, di una possibile
rivoluzione culturale e dunque anche politica.
Le ragioni artistiche.
“A.B.L.” è uno spettacolo in cui musica, testo, scena e video sono elementi difficilmente scindibili.
Sul palco non è rappresentata una storia,
ma tante scene che viaggiano attraverso il pensiero di Langer. Questo
viaggio ideale e la sua rappresentazione colgono gli aspetti più
intensi di quel pensiero.
D'altronde, non c’è ragione di
vivere un’esperienza estetica se essa non porti con sé le
ferite dell’intensità.
E la scelta del tema di questa rappresentazione nasce proprio dal fervore della storia langeriana.
E’ per questo che la musica segue le
esigenze della scena e del testo, dettata dal desiderio di una
coincidenza fra idee, sentimenti (rabbia e pudore), suoni, immagini.
Ed è perciò che in
“A.B.L.” non ho solo sviluppato la mia usuale ricerca
musicale, componendo invece brani di generi diversi.
Per una scena che tratta e mostra
l’arroganza, la volgarità, la goffaggine del potere
politico, ad esempio, ho tessuto un patchwork di molti estratti
dall’opera italiana del ‘700 e ‘800 (Verdi, Mozart)
realizzando così un brano d’opera vero e proprio, composto
però da tanti ritagli. In questo caso, il genere operistico
diventa utile a mostrare una faccia del potere, attraverso una musica
resa ridicola, un pò stupida.
“A.B.L.” coinvolge lo spettatore in
un mondo, anzi, più precisamente in un’interpretazione del
mondo di Langer.
“A.B.L.” prende le distanze dallo
spirito del Mercato, o da quello dell’Accademia operistica
tradizionale, due espressioni di uno stesso processo omologativo.
Nè con l’Accademia, nè con il
Mercato, dunque, perchè presso di essi non abita
l’intensità.
E non ci sarebbe ragione di vivere questa esperienza musicale se essa non portasse con sè le ferite del fervore.
giovanni verrando, © 2003
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